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Puntare alto

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L’apertura della partita iva ognuno la vive a modo suo: c’è chi si sente un pulcino spaurito nel mare magnum di gente super cazzuta, chi mira ad essere come Beyoncé o Cillian Murphy, chi parte in sordina per poi venir fuori col tempo, chi aspetta già sconfitto la mazzata delle tasse.

Gli entusiasti

Io facevo parte del gruppo entusiasti: le tasse erano un problema secondario (e tanto ce l’avrei fatta comunque a pagarle), mi piaceva l’idea di lavorare da casa in pigiama o in posti bellissimi come caffè letterari, potevo gestirmi il tempo in autonomia, ritagliarmi dello spazio per lo shopping del mercoledì pomeriggio e recuperare quelle ore il sabato.
Non vedevo l’ora di avere clienti tutti miei, collaborare con agenzie interessanti in cui fare la spugna e apprendere il più possibile, dare vita a progetti improbabili con amici e gente di passaggio.
In aggiunta c’era un sogno nel cassetto, riuscire a guadagnare abbastanza per potermi permettere dei periodi di lavoro dall’altra parte del mondo: un mese a New York, un altro a Bali, come raccontavano alcuni blogger in voga al momento e che la facevamo molto molto facile.

Buttati che è morbido (o quasi)

Come puoi immaginare, le cose non sono andate proprio così. Accanto ad opportunità fighissime e aspettative di fatturato pazzesche, c’è un momento in cui torni con i piedi per terra e quel momento, di solito, coincide con una scadenza importante da rispettare, un lavoro extra da consegnare, i conti da far quadrare, le tasse da pagare con regolarità.
Essere in proprio ti obbliga a farti un mazzo gigante e a lavorare sodo per raggiungere i tuoi obiettivi, piccoli o grandi che siano.
Abbandonato il progetto “lavoro viaggiando intorno al mondo”, mi sono fatta un piano per raggiungere una stabilità economica ed essere tranquilla, che posso sintetizzare in: entrate fisse mensili derivanti da collaborazioni con agenzie + progetti con clienti da gestire in autonomia.
Questa formula mi piaceva perché in questo modo non avrei avuto l’ansia di cercarmi i clienti tutti i mesi e sarei riuscita a fare un po’ di esperienza in contesti diversi, prendendo il buono da questa e quella realtà.
Mi sono messa sotto mandando presentazioni di me – orribili devo dire – ad agenzie di comunicazione con la speranza di ottenere nuove collaborazioni, ho accettato lavori gratis/sottopagati per farmi conoscere (l’abbiamo fatto in tanti), ho lavorato parecchio di sera, sul divano, accanto ad un fidanzato paziente che mi incoraggiava quando vedevo tutto nero.

L’arte di arrangiarsi

I primi mesi da freelance sono quelli in cui impari ad arrangiarti. Alterni il tuo lavoro a quello di grafico, programmatore, social media manager, contabile, commerciale e, diciamolo, va benissimo così.
Hai già fatto un grosso investimento su di te lanciandoti in una nuova avventura, figuriamoci avere il coraggio di spendere soldi per pagare un professionista che ti disegni un logo che ti rappresenti o che ti faccia un sito super bello. Io ho preferito la strada del fai da te.
Ricordo ancora il tempo speso a decidere la mia palette di colori, la primissima era sui toni del giallo-nero-grigio, e al fatto che volessi infilare a tutti i costi una farfalla nel logo, disegnato rigorosamente da me. E poi, quei blocchi esistenziali assurdi: “I biglietti da visita li faccio rettangolari o quadrati?” o le affermazioni da donna manager “Ho tutto sotto controllo, non ho bisogno del business plan.”
Gli inizi di un freelance sono dettati da improvvisazione, capacità di destreggiarsi in situazioni nuove, ingegno, bravura nel sembrare esperti anche se non lo si è davvero.

Farsi le ossa e sbagliare

Puoi trovare post bellissimi di colleghi con esperienza, che ti raccontano come gestire i primi periodi, dispensando consigli utili e cose da non fare, ma la verità è che tutti questi suggerimenti li dimentichi quando arriva un cliente che ti dice che accetta il preventivo solo se può pagarti a 90 giorni e tu hai bisogno di lavorare. Quando fai un lavoretto gratis così inizi a farti conoscere. Quando vedi il conto in banca che cresce e ti scordi di mettere da parte i soldi per le tasse.
Farsi le ossa, sbagliare, cadere e rialzarsi è un processo a cui non puoi sottrarti e, anche se può sembrarti umiliante/doloroso/fallimentare, ti assicuro che ti serve per capire molto di te, su chi sei e vuoi diventare. E io, caro freelance alle prime armi, ti auguro di sbagliare il più in fretta possibile.

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Uso la scrittura per far incontrare brand e persone. Sorrido, cammino spesso scalza, non vivo senza scorte di zucca nel freezer. Sono come mi leggi.