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Naming: cos’è e a cosa serve la fase di brainstorming

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Ferramenta Bussi

Gioielleria Rolfo

Macelleria Toffi

Colorificio Vecchino

Cosa noti di famigliare? Tutti i nomi delle attività che ti ho appena citato sono costruiti allo stesso modo, e cioè: categoria merceologica + cognome del fondatore.

In passato funzionava così, soprattutto perché chi lanciava un’attività lo faceva lavorando sul territorio, la concorrenza era circoscritta, c’era meno bisogno di essere memorabili.

Oggi è diverso. Se da un lato internet accorcia le distanze, offre nuove opportunità di visibilità, abbatte qualsiasi confine, dall’altro amplia la possibilità di scegliere da chi acquistare prodotti e servizi.

Ed ecco che nasce l’esigenza (e la richiesta) da parte delle aziende che si affacciano sul mercato di identificarsi con un nome:

  • facile da ricordare;
  • distintivo;
  • capace di accrescere la percezione del marchio nel tempo.

Il brainstorming è un tassello fondamentale del processo creativo, indispensabile per arrivare a definire un nome che funziona e con le caratteristiche che abbiamo detto.

L’obiettivo di oggi è aiutarti a capire cosa significa fare brainstorming e raccontarti che cosa succede durante questo passaggio.

Sessione di brainstorming = tempesta di cervelli

Si tratta di un metodo, una modalità di lavoro che dà il via libera alla creatività e che serve, nel caso del naming, a tirare fuori proposte di nome a ruota libera, senza scartarne nessuna a priori. Per fare un briciolo di contesto, il brainstorming è stato introdotto per la prima volta in ambito pubblicitario da Alex Faickney Osborn, negli anni Cinquanta. Il termine, se lo traduciamo letteralmente dall’inglese, significa tempesta di cervelli reso in italiano con raccolta di idee.

Prima del brainstorming

Il brainstorming non è la prima cosa che viene fatta durante un lavoro di naming. È sicuramente una fase molto divertente ed esplorativa (una delle mie preferite) ma per essere efficace ha bisogno, come ti ho spiegato in questo post, delle giuste informazioni. Vediamone qualcuna insieme.

Dettagli su quello che si deve nominare

  • A cosa dobbiamo dare il nome? A un brand? A un prodotto? A un servizio? A un evento? Quali sono le sue caratteristiche? Come funziona? Qual è l’offerta?
  • In che cosa si differenzia rispetto alla concorrenza? Qual è la proposta di valore?
  • Quale sarà il suo posizionamento sul mercato?
  • Come sarà il tono di voce?
  • Quali sensazioni e desideri deve suscitare?
  • In cosa crede e cosa, invece, non sopporta?
  • Quali sono gli obiettivi nell’immediato e nel futuro?
  • Da chi è composta la concorrenza? Come si posiziona, cosa comunica e in che modo?

Dettagli sul pubblico di riferimento

  • A chi ci rivolgiamo? Uomini, donne? Entrambi? Giovani, adulti, anziani?
  • Il nostro pubblico è solo italiano o varchiamo i confini?
  • Quali sono gli interessi?
  • Qual è lo stile di vita e la capacità di spesa?
  • Perché ci dovrebbero scegliere?
  • Quale problema risolviamo?
  • Come dovrebbero sentirsi le persone che hanno deciso di affidarsi a noi?

Analizzare e approfondire è il modo migliore per dare una direzione corretta al lavoro che seguirà.

Fase di brainstorming: che cosa succede

Le modalità con cui avviene una sessione di brainstorming può avere differenti sfumature: c’è chi fa un lavoro di gruppo (agenzie di comunicazione), chi individualmente (freelance come me), chi preferisce comunque gestire in autonomia questa parte e confrontarsi dopo.

Qualsiasi sia la situazione, questo è il momento in cui viene fuori il massimo della creatività. Vale tutto (adesso), anche quelle proposte che a prima vista possono sembrare assurde. Un’idea ne può accendere un’altra. Una parola o un insieme di parole possono far scattare la scintilla verso altri campi semantici o mondi di associazioni.

Durante la fase di brainstorming si ragiona, o meglio si crea, lavorando in varie direzioni. Eccone alcune.

  • Parole. Rime, onomatopee, anagrammi, sostituzioni, fusioni, traduzioni: si gioca con le parole e i loro significati per dare vita a qualcosa di nuovo.
  • Mappe semantiche/dei sinonimi. Reti di parole connesse tra loro che si organizzano in base alla relazione e alla vicinanza con la parola chiave di partenza. Le diramazioni che si propagano possono essere da stimolo per trovare proposte sensate per il progetto, come nell’esempio che vedi qui.
  • Strumenti online. Aka generatori di nomi. Panabee e Oberlo sono solo alcuni siti che sfornano nomi per brand partendo da una parola; qualcuno li demonizza, io non sono ancora riuscita a trovare in loro niente di interessante, ma buttare un occhio per avere una partenza su cui costruire, può aiutare quando mancano le idee.
  • Moodboard. Si usano in diversi campi, ne ho creata una con Carmen per mettere insieme la mia identità visiva, l’ho fatto con Marzia per le foto, ma se ne servono anche architetti, wedding planner, web designer. Sono delle raccolte di immagini che tracciano visivamente la rotta del progetto, racchiudono principi e valori, sono un bel modo per lasciarsi ispirare. Per farti capire: quella che vedi qui sotto è la moodboard del mio brand.

E dopo?

Conclusa la fase di brainstorming ci ritroveremo davanti con almeno 50 proposte di nome da valutare. Vanno bene tutte quante? Come si fa a scegliere e arrivare alla selezione da proporre all’azienda? Questo te lo racconto la prossima volta 🙂

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Uso la scrittura per far incontrare brand e persone. Sorrido, cammino spesso scalza, non vivo senza scorte di zucca nel freezer. Sono come mi leggi.